Il costo della guerra
Crisi del carburante e crollo dei flussi turistici: due esempi di come l'invasione dell'Ucraina sia sempre più difficile da relegare al fronte e stia entrando nella vita quotidiana dei russi.
Benvenute e benvenuti dal Centro di Studi e Analisi sulla Russia contemporanea dell’Università di Roma Tor Vergata (Cesarc), la rete di studiosi, analisti e giornalisti che offre alla ricerca e al dibattito pubblico strumenti e informazioni per interpretare la Russia di oggi con notizie dai media locali, analisi da fonti originali e interviste.
In questa newsletter quindicinale - curata da Marta Allevato e Andrea Romano - apriamo una finestra su quanto accade nella Federazione, a Mosca ma anche lontano dai centri di potere tradizionali, e su come queste dinamiche interne escano dai confini geografici della Russia per influenzare molti dei principali dossier internazionali.
In Russia sempre meno turisti stranieri (e in maggioranza cinesi)
Non è poi così bizzarro che un paese in guerra non sia più la meta turistica che era in tempo di pace. Eppure fino a pochi mesi fa la Russia era riuscita a mantenere una qualche stabilità nei flussi di visitatori stranieri, nonostante le forti limitazioni logistiche e diplomatiche introdotte dalla comunità internazionale dopo l’aggressione all’Ucraina del 2022.
Per il primo semestre del 2026, invece, le statistiche ufficiali registrano un doppio fenomeno. Da un lato, il numero di stranieri che visita la Russia per turismo è crollato di oltre il 20%. Dall’altro, la percentuale di turisti cinesi ha ormai superato la metà del totale.
Lo ha raccontato Kommersant in un’analisi di fine luglio che ha raccolto anche i pareri di alcuni operatori del settore:
È il risultato peggiore dal 2021. A frenare i flussi turistici contribuiscono il conflitto militare in Medio Oriente e il funzionamento instabile degli aeroporti russi. Il vicepresidente dell’Associazione dei tour operator russi, Sergej Romaškin, parla di un calo dei flussi in entrata del 15% su base annua e in estate la flessione si è ulteriormente accentuata. L’amministratrice delegata di “Tari Tur”, Marina Levčenko, segnala una diminuzione in entrata di circa il 20% su base annua. La quota di cittadini della Repubblica popolare cinese sul totale degli arrivi di turisti stranieri in Russia, secondo i dati del Servizio di frontiera dell’FSB, è ormai del 50,8%.
Quello che Kommersant definisce pudicamente “funzionamento instabile degli aeroporti russi” è in realtà qualcosa di molto più serio. L’incremento degli attacchi ucraini con droni sulle raffinerie e sugli stessi aeroporti ha reso più difficili i rifornimenti di carburante per gli aerei e più pericolosi i voli, con il risultato di ridurre drasticamente il traffico passeggeri anche sulle rotte interne alla Russia.
È ancora il principale quotidiano economico a descrivere la situazione:
Il traffico passeggeri sui voli tra Mosca e San Pietroburgo sta calando a un ritmo sei volte superiore rispetto alla media nazionale. Sul traffico incidono l’effetto dei “Kovry” (i periodici blocchi degli aeroporti per l’allarme droni), la riduzione del transito attraverso Mosca, la fuga dei viaggiatori d’affari che ora preferiscono il trasporto ferroviari.
Naturalmente il Cremlino prova a buttare la palla a fondo campo, descrivendo un futuro in cui il settore turistico contribuirà generosamente alla ricchezza nazionale. Il capo del governo Michail Mišustin ha convocato una riunione “sullo sviluppo del turismo e dell’industria dell’ospitalità” in cui ha annunciato che “il settore sta acquisendo slancio e, entro il 2030, il suo contributo al PIL salirà dall’attuale 3% al 5%”. Per ora i numeri crollano, tranne che per il flusso di turisti cinesi che affollano le rotte verso la Russia grazie a pacchetti molto convenienti e ad un regime di visti ulteriormente facilitato.
La guerra arriva al distributore di benzina
Dal 2022, il Cremlino ha cercato di “normalizzare” l’aggressione all’Ucraina e di proteggere i cittadini dalle sue conseguenze, ma mai come ora la guerra è presente sul territorio russo: attacchi agli snodi di trasporto, con infiniti ritardi nei voli e chiusure di aeroporti; attentati in ristoranti di lusso al centro di Mosca contro generali dell’esercito; droni sulle spiagge più iconiche del Mar Nero; raid quotidiani sui magazzini del colosso dell’e-commerce Wildberries; le voci di una imminente nuova mobilitazione e soprattutto l’evidente peggioramento delle prospettive economiche.
Ma è la crisi del carburante, provocata dalla battente campagna di raid conto le principali raffinerie della Federazione, ad aver avuto l’impatto più incisivo sulla vita quotidiana dei russi. Le Forze Armate ucraine stanno colpendo da settimane le infrastrutture energetiche dell’invasore, in quello che Kyiv definisce un tentativo di privare la Russia delle risorse necessarie a finanziare il suo esercito. L’Ucraina ha colpito tutte le undici più grandi raffinerie di petrolio della Federazione Russa. Alcune sono state costrette a sospendere le operazioni, totalmente o parzialmente. I volumi di raffinazione del greggio sono scesi a livelli che non si vedevano dal 2002.
Secondo Reuters, gli ucraini sono riusciti a fermare circa un terzo della produzione di carburante, colpendo impianti che rappresentano circa il 45% della capacità totale di raffinazione. Un Paese noto per le sue immense riserve energetiche è ora costretto a importare carburante, mentre i prezzi della benzina in alcune regioni sono raddoppiati.
Le lunghe code di auto e camion davanti alle stazioni di servizio che per diverse settimane hanno caratterizzato la vita in Russia, da due settimane hanno iniziato a scomparire a Mosca e San Pietroburgo, e ora sono una rarità. La maggior parte delle stazioni di servizio ha nuovamente a disposizione gasolio, oltre ai tipi di benzina più richiesti, inclusa la benzina premium. La fase acuta della crisi è superata (e non per forza è stato merito dell’azione del governo, spiega la newsletter Vlast), ma l’emergenza ha lasciato il segno.
Traendo spunto da due analisi diverse uscite nelle scorse settimane - redatte dal think tank R.Politik (dossier a pagamento) e dal Carnegie - vogliamo raccontarvi il lato nascosto di questa emergenza: lungi dall’essere un possibile punto di svolta del consenso verso il presidente Vladimir Putin, ha mostrato come e con quali limiti il Cremlino adatti strumenti amministrativi e narrativi per gestire questa nuova fase della guerra.
La crisi del carburante è la principale emergenza politica interna di questa estate, con l’aggravante che arriva a ridosso delle elezioni per la Duma (ne abbiamo parlato qui) previste a settembre. La risposta messa in campo dal sistema, fa notare R.Politik, non punta tanto a risolvere rapidamente il deficit di offerta quanto a gestirne gli effetti politici.
Le misure adottate seguono precise direttrici:
Gestione centralizzata, ma attuazione regionale. Come durante la pandemia di Covid-19, Mosca ha delegato ai governatori gran parte delle decisioni pratiche: razionamenti, limiti ai rifornimenti, sistemi a coupon e QR code, restrizioni in base alla targa e priorità ai servizi essenziali. È un’amministrazione sempre più “manuale”, nella quale il centro distribuisce risorse e indirizzi, mentre il costo politico viene assorbito dalla periferia.
Massimizzazione della produzione interna. Il governo ha rinviato le manutenzioni delle raffinerie, coinvolto piccoli impianti, vietato temporaneamente alcune esportazioni di diesel e favorito le raffinerie che riforniscono il mercato interno.
Importazioni d’emergenza. Mosca ha acquistato benzina da India e Kazakistan, Marocco e aperto corridoi logistici dalla Cina. Il dossier di R.Politik sottolinea però che questi volumi coprono solo una frazione minima del deficit e hanno soprattutto una funzione politica, per dimostrare che lo Stato sta reagendo.
Controllo dell’informazione. La comunicazione ufficiale è cambiata: inizialmente il problema veniva minimizzato, poi - quando la crisi è diventata impossibile da ignorare - il Cremlino ha iniziato a presentarla come conseguenza diretta degli attacchi ucraini e della “guerra della Nato contro la Russia”, cercando di trasformare il malcontento in mobilitazione patriottica.
Obiettivo politico. L’ipotesi di R.Politik è che il Cremlino punti soprattutto a far rientrare l’emergenza prima dell’appuntamento elettorale di settembre. Se le restrizioni diminuiranno, la crisi sarà presentata come una prova superata grazie all’intervento personale del presidente; se invece continueranno, potrebbero indebolire la fiducia nella capacità dello Stato di governare.
Puntando i riflettori sulla discussione apertasi anche a livello apicale in Russia sulla necessità di far fronte alla carenza di carburante potenziando una rete di mini-raffinerie, l’analista Sergeij Vakulenko del Carnegie fa notare che la capacità di raffinazione continua a essere inferiore alla domanda e molte delle soluzioni discusse dal governo servono soprattutto a guadagnare tempo. Conclusione:
Putin ha sempre cercato di definire il suo governo in opposizione alla libertà sfrenata dei “maledetti anni Novanta”. Ciò implicava la limitazione delle libertà di mercato e un ritorno ad aspetti dirigistici e a un ruolo guida dello Stato. La concorrenza può andare bene per parrucchieri e ristoranti, ma non per settori strategicamente importanti.
In generale, i russi appoggiavano questo accordo.
Tuttavia, questo consenso popolare si basava sulla convinzione che lo Stato avrebbe sempre garantito un’economia funzionante. E l’estate del 2026 ha visto le autorità russe venire meno a questo impegno, per la prima volta. Si è scoperto che il Cremlino non è in grado di proteggere i russi dai droni, nemmeno a migliaia di chilometri dal fronte. E la carenza di benzina ha dimostrato che lo Stato non può garantire l’accesso a una risorsa fondamentale.
La pessima gestione della crisi petrolifera da parte del governo è stata evidente a tutti. Ciò ha spinto i cittadini a cercare soluzioni alternative, e ha portato i funzionari ad ammettere che tutte le loro speranze sono riposte nelle piccole e medie imprese.
È estremamente improbabile che la Russia veda mai un gran numero di mini-raffinerie. Ma le discussioni sulla loro fattibilità sono un segnale che la Russia si sta allontanando dai principi economici che hanno prevalso nell’ultimo quarto di secolo.
Segnalazioni
La prima Duma del tempo di guerra è andata in pausa e metà settembre si vota per il suo rinnovo. L'ultimo atto è stata una legge che priva i russi che sono emigrati all’estero per motivi politici dei loro diritti civili. La testata Novaya Gazeta Europa fa un bilancio di questo mandato.
Boris Nadeždin emigra. L’unico politico di opposizione che aveva tentato di candidarsi alle presidenziali del 2024 con una piattaforma contraria alla guerra, lascia Russia per la Francia.
Religione, deterrenza nucleare e ideologia: il Patriarca di Mosca Kirill ha definito la creazione della bomba atomica in Urss come “una grazia divina”.
Dall'inizio della guerra, oltre 700 adolescenti russi sono stati dichiarati "terroristi" o "estremisti": un dato che mostra quanto precocemente il sistema repressivo stia estendendo le proprie categorie anche ai minori.
Russia e Altrove è la newsletter del Cesarc, il Centro di Studi e Analisi sulla Russia contemporanea dell’Università di Roma Tor Vergata.
Vi preghiamo di segnalarci qui eventuali errori e imprecisioni, insieme a tutto quello che vorreste approfondire e che secondo voi potrebbe essere interessante per i prossimi numeri della newsletter. Grazie per averci seguito fin qui, Russia e Altrove torna il 22 agosto.
До скорого, a presto!
Iscriviti gratuitamente o condividi il post per sostenere il nostro lavoro.








