Gli oligarchi immobili, la grande corsa al contante e l'arte della guerra eterna
Miliardari che sopravvivono alle sanzioni, risparmiatori che svuotano i conti per sfiducia nel sistema bancario. E un dialogo con Gian Piero Piretto sull'uso dell'arte nella propaganda putiniana.
Oggi parliamo di soldi. Dei molti miliardi ancora posseduti dagli oligarchi russi, che all’ombra del putinismo sopravvivono alle sanzioni (anche se i loro patrimoni crescono meno che nel resto del mondo) e di correntisti che ritirano in massa i propri soldi temendo che i black-out internet portino al blocco dei conti on line. Con lo storico della cultura russa Gian Piero Piretto parliamo della nuova mostra “Imperativo russo”, che a San Pietroburgo celebra il sacrificio militare come cuore dell’identità russa, e di come il putinismo utilizza arte e memoria storica per trasformare la guerra in destino collettivo.
La beata solitudine degli oligarchi, sotto l’occhio vigile del Cremlino
Che fine hanno fatto gli oligarchi russi dopo l’avvio della guerra di Putin contro l’Ucraina? Pochi se ne sono andati all’estero monetizzando i propri vasti possedimenti, ancor meno sono stati espropriati dal Cremlino, ma la gran parte è rimasta in Russia a godersi i patrimoni. Lo racconta Forbes Russia, che pubblicando i dati 2026 sui miliardari nel mondo segnala che il numero dei super-ricchi residenti in Russia è leggermente cresciuto: erano 123 nel 2021, sono 155 nel 2026.
Grande continuità anche nei nomi che contano: al primo posto la famiglia Mordašov (acciaio), al secondo i Potanin (metalli), al terzo la famiglia Alekperov (petrolio). A seguire Mikhelson (chimica), Kerimov (oro), Lisin (logistica e acciaio), Timčenko (idrocarburi).
Quel che cambia è il ritmo della crescita dei patrimoni russi rispetto al resto del mondo: tra il 2021 e il 2026, in Russia sono cresciuti solo del 6%, nel mondo del 25%. Secondo The Bell, sono due gli insegnamenti da trarre da questi numeri. Da un lato le sanzioni occidentali, che colpiscono un terzo dei miliardari russi, non sono ancora riuscite a intaccare in modo significativo le loro ricchezze. Dall’altro i grandi patrimoni russi, crescendo meno della media mondiale, ne confermano l’isolamento dalle principali dinamiche economiche mondiali e la stretta dipendenza dalle decisioni del potere politico.
D’altra parte il Cremlino ci tiene a mantenere il potere di ricatto sugli oligarchi, come conferma il recente caso dell’arresto dell’imprenditore Vadim Moškovič. Fondatore e principale proprietario del gruppo Rusagro, i cui asset sono stati sequestrati dallo Stato per un valore complessivo di sei miliardi di euro, Moškovič fino al 2014 era stato senatore per la regione di Belgorod. L’accusa è aver usato quelle sue relazioni senatoriali per costruire “rapporti corruttivi”, ma la vicenda è stata letta da molti come un avvertimento preventivo nei confronti di tutti gli oligarchi: in epoca di crescenti difficoltà economiche, è opportuno che i miliardari russi rimangano rigidamente allineati al potere politico se non vogliono fare la fine di Moskovič.
La grande corsa a svuotare i conti correnti
Nel frattempo i russi non miliardari iniziano a svuotare i propri conti correnti, non fidandosi più del sistema bancario. Nei giorni scorsi persino la stampa ufficiale ha descritto una vera e propria “corsa al contante”, con prelievi sempre più massicci e il crescente timore che i black out internet decisi dal Fsb possano rapidamente tradursi nel blocco dei conti on line.
Moskovskij Komsomolec, ad esempio, scrive che
quasi il 15% dei russi preferisce conservare i propri risparmi esclusivamente in banconote. I dati della Banca di Russia mostrano inoltre che in marzo, in concomitanza con i disservizi alla rete internet, i prelievi sono aumentati di 300 miliardi di rubli rispetto al mese precedente, raggiungendo i 20.000 miliardi: una cifra che equivale al 9,1% del Pil.
Il commento del quotidiano, tradizionalmente schierato con i settori più nazionalisti del regime, è sconsolato:
Fino a pochi anni fa sarebbe sembrato inconcepibile che, nel XXI secolo, i russi — tra i più “digitalizzati” al mondo — potessero abbandonare i conti bancari per tornare a nascondere i soldi sotto il materasso. Eppure è esattamente quello che i dati più recenti sembrano indicare.
La guerra come “imperativo esistenziale”
Mentre proseguono le polemiche legate all’apertura del Padiglione russo alla Biennale di Venezia, una mostra appena inaugurata a San Pietroburgo con un titolo inedito “Russkij Imperativ” (Imperativo Russo) ci dà lo spunto per riflettere con professore Gian Piero Piretto sulla funzione propagandistica dell’arte per il putinismo.
In corso al Museo e complesso espositivo Manež, la mostra espone dipinti, tra gli altri, di Viktor Vasnetsov, Il’ja Repin, e Vasilij Kandinskij, oltre a opere di artisti contemporanei che, come ha affermato il vicegovernatore di San Pietroburgo Boris Pëtrovskij, “riflettono nelle loro opere l’importanza delle operazioni militari speciali”.
Storico della cultura russa e docente all’Università degli Studi di Milano, Piretto ha dedicato gran parte delle sue ricerche al rapporto tra linguaggio, immagini e ideologia nello spazio post-sovietico.
Professore, cosa la colpisce di questa iniziativa?
La mostra è stata significativamente inaugurata l’8 maggio, alla vigilia del Giorno della Vittoria. Pur riconoscendo il diritto di uno Stato a celebrare i propri soldati, mi ha colpito nelle strutture di allestimento (che per ovvi motivi ho visto solo da materiali online) il ricorso a una monumentalità più sinistra di quella sovietica, pensata per creare soggezione, unità collettiva e culto della potenza militare.
In secondo luogo, l’esplicito incremento ideologico della propaganda bellica per celebrare uno storico anniversario. Il discorso putiniano, a differenza della retorica sovietica che investiva sulla pace e sul futuro, si concentra su una restaurazione ibrida dei passati (imperiale zarista e imperiale sovietico). In parallelo, stimola alla guerra come imperativo categorico esistenziale, spacciando la cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina come diretta prosecuzione della Grande Guerra Patriottica. Operazioni che, nella narrazione putiniana, sono volte a garantire la superiorità del Paese rispetto all’aggressività dell’Occidente, ribadirne la forza e rinfocolare il tradizionale e stereotipato spirito di sacrificio del popolo russo.
Cosa significa ‘Russkij imperativ’? Sembra un’espressione nuova…
Non mi risulta che fosse stata mai usata in precedenza. Nell’intenzione del curatore, Anton Belikov, si riferisce filosoficamente alla “forza che strappa l’uomo alla famiglia per farne un guerriero”. Ennesimo uso dell’aggettivo “russo” che negli ultimi tempi è stato accostato a una miriade di sostantivi-concetti per ribadire la dominanza della russicità nazionalistica (patriottica, secondo il lessico putiniano) delle iniziative. Si tratta di un’ennesima tappa nella narrazione bellica attuale, basata sul culto della vittoria contro i nazisti, che implica esaltazione del sacrificio (sostenuta anche dalla Chiesa ortodossa), culto della morte per la patria, fino al più recente riscontro della concezione di necropolitica (secondo la primigenia teorizzazione di Achille Mbembe).
Cosa s’intende per “necropolitica” quando si parla della Russia di oggi?
Lo Stato si è arrogato il potere sovrano di decidere chi deve morire, chi è eliminabile e chi merita di vivere. Si è arrivati a parlare di “necropolitica visuale”: non solo stimolare le madri a procreare più figli per soffrire meno quando dovessero cadere in battaglia e mandare i giovani a perire in prima linea, ma addirittura decidere chi può essere visto morire e chi deve restare invisibile, creando “morti sociali” oltre a quelle fisiche per evitare il tragico conteggio dei caduti o i rimborsi monetari alle famiglie. La mostra non è una celebrazione esplicita della morte fine a sé stessa, ma piuttosto una glorificazione estetizzata del sacrificio supremo del soldato russo come strumento dello Stato e della nazione. L’assenza di tratti umani individuali nella maschera del “soldato russo” che risponde all’“imperativo russo” sottolinea l’importanza ideologica dello spirito eroico (duch) e dell’identità nazionale rispetto all’esistenza personale e affettiva.
Nel suo ultimo libro analizza il rapporto tra propaganda e trasformazione del linguaggio pubblico in Russia. Quale parola o concetto le sembra più presente in questa mostra?
La assocerei al recupero, non sempre esplicito, di concetti quali “idea russa” e “smirenie” (tacita accettazione del destino) visto che l’operazione della mostra mira soprattutto a ribadire l’atavica essenza di eccezionalità e superiorità propria dello spirito russo collegata all’altrettanto retorico riconoscimento del sacrificio che porta a una morte “bella”, necessaria e addirittura desiderabile per il “soldato russo eterno”. Si rinverdiscono anche gli stereotipi dell’“anima russa” che celebra la morte come compimento necessario (talora eroico) del “destino russo” nel Russkij Mir (mondo russo) idealizzato da Putin: non come tragedia ma come meta eroica a cui aspirare.
Che idea si è fatto della logica dietro la selezione degli artisti esposti?
Parlerei di manipolazione attraverso la scelta delle opere d’arte e il loro montaggio curatoriale. Esattamente come già è successo con la Storia e con la lingua. Eventi, parole, personaggi e opere del passato vengono accuratamente selezionati e inseriti o esclusi dalla contemporaneità creando collegamenti e narrazioni finalizzate al discorso propagandistico. Si parte da 250 quadri e sculture di grandi artisti (rigorosamente russi) a tema bellico, Repin, Kandinskij, Vasnetsov, Laktionov, Muchina per arrivare al progetto Stal’ (Acciaio), costituito da opere di pittori contemporanei create su piastre d’acciaio recuperate da giubbotti antiproiettile militari usati in Ucraina. Il supporto metallico che ha “assorbito” la morte al posto del soldato diventa eterno e celebrativo. L’arte contribuisce alla cieca glorificazione eroica piuttosto che all’elaborazione del lutto.
Che funzione ha l’arte per il regime putiniano?
Nel mio ultimo libro sostengo che Putin stia realizzando un Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) nella sua operazione di restaurazione e moralizzazione della Russia contemporanea. Ogni aspetto della vita quotidiana, sociale, privata, sessuale, culturale dei cittadini è sottoposto all’intervento statale propagandistico. Anche l’arte diventa uno strumento per forgiare l’immaginario collettivo e legittimare il potere qui proposto come pregevole e ineluttabile destino storico, nella fattispecie per trasformare il cittadino in guerriero.
Come nel Terzo Reich o nell’Urss staliniana, l’arte di Stato occupa nella Russia di oggi uno spazio simbolico, marginalizzando o criminalizzando l’arte “decadente”, “cosmopolita”, “pacifista” o “degenerata” (occidentale). L’arte russa, non solo contemporanea nella lettura dei curatori, rende la guerra “bella”, eterna, soprattutto parte dell’identità russa profonda. Chi si pronunci contro il conflitto “discredita” l’esercito russo e viene condannato.
Segnalazioni
Nina Litvinova, nipote del Commissario del popolo agli Affari esteri Maksim Litvinov e sorella del noto dissidente sovietico Pavel Litvinov, si era dedicata fin dagli anni Sessanta a sostenere la causa dei prigionieri politici. Attiva nell’associazione Memorial, negli ultimi anni si era impegnata a fianco di perseguitati dal regime putiniano come lo storico Jurij Dmitriev o il co-fondatore di Memorial Oleg Orlov. Il 13 maggio si è uccisa a Mosca: Memorial la ricorda così. Qui un approfondimento di RFE/RL sull’attività di Nina e sulla sua nota d’addio.
Si è dimesso l’arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, Mons. Paolo Pezzi; un passaggio delicato per la comunità cattolica in Russia che toccherà anche i rapporti con le autorità e il patriarcato ortodosso.
La Russia ha un nuovo “Commissario per i diritti umani”: Jana Lantratova, classe 1988, deputata di Russia Giusta e il cui nome è stato promosso dal Cremlino. L’ufficio del difensore civico è uno dei pochi canali umanitari ancora operativi con la parte ucraina, con una notevole capacità operativa su temi come lo scambio di prigionieri e la ricerca dei soldati dispersi. Lantratova è considerata più una propagandista che una manager, difficilmente verrà accettata come controparte costruttiva da Kiev. Secondo fonti di R.Politik, la sua nomina estende la sfera di influenza informale del vicecapo dell’amministrazione presidenziale, Sergej Kirienko (qui vi abbiamo raccontato chi è), in un settore che prima non controllava. L’ex ombudsman Tatajana Moskalkova lavorava direttamente con Anton Vaino, numero uno dell’amministrazione presidenziale e con l’Fsb. Lantratova lavorerà a stretto contatto con Kirienko, il quale probabilmente sfrutterà la nuova opportunità per ampliare il proprio ruolo nella politica russa verso l’Ucraina.
È stato arrestato lo storico Oleg Novoselev, studioso delle repressioni staliniane nella regione degli Urali. Nel 2025, Novoselev aveva denunciato le restrizioni crescenti che gli archivi di Stato stavano opponendo agli studiosi del Grande Terrore. L’accusa che ha portato al suo arresto, scrive Meduza, è “incitamento ad attività terroristiche”. Attualmente Novoselev è detenuto nel centro di carcerazione preventiva di Ekaterinburg.
Russia e Altrove è la newsletter del Cesarc, il Centro di Studi e Analisi sulla Russia contemporanea dell’Università di Roma Tor Vergata, curata da Marta Allevato e Andrea Romano.
Vi preghiamo di segnalarci qui eventuali errori e imprecisioni, insieme a tutto quello che vorreste approfondire e che secondo voi potrebbe essere interessante per i prossimi numeri della newsletter. Grazie per averci seguito fin qui. “Russia e altrove” torna il 30 maggio.
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